Demansionamento provocato da un “mi piace”

Nel febbraio 2016, uno dei volti più noti del canale televisivo “RomaTv”, Francesca Brienza, veniva sospesa dalle sue mansioni e le veniva impedito di presentare il tg quotidiano Roma News, sulle vicende relative all’associazione sportiva Roma, cui il canale è interamente dedicato.

La sospensione e l’assegnazione a mansioni diverse da quelle sino ad allora svolte era il frutto di una leggerezza della dipendente della società calcistica, la quale, ancorchè fosse pagata dalla A.S. Roma, si era lasciata andare ad un commento implicito su Facebook, espresso con un Mi Piace cliccato con riferimento a un post tutt’altro che lusinghiero per il nuovo allenatore della squadra.

Il business del calcio

A volte si crede che il calcio non sia una cosa seria, che le società coinvolte in questo business siano in realtà case di cartapesta pronte a partecipare al teatrino finchè dura, disintegrandosi poi al primo alito di vento. Tale convinzione è certamente suffragata dagli scandali che periodicamente investono il mondo del calcio e ne minano profondamente la credibilità, rendendo impossibile per chi non è interno a questo mondo credere che si tratti di società il cui organigramma e il cui business possa essere paragonato ad aziende con un core business più serio.

Eppure non è così.

Quando si parla di società calcistiche, si fa riferimento a società molto spesso anche quotate in borsa, con valori sociali di centinaia di milioni di euro. Ecco perché di certo non è ammissibile la pubblica compromissione dell’immagine societaria da parte di un dipendente.

Questo è ciò che è accaduto a Francesca Brienza, che ha evidentemente lasciato che prevalessero in lei i sentimenti e che questi dominassero e prevaricassero la sua professionalità.

Tutto nasceva tre anni fa, quando sulla panchina della A.s. Roma arrivava un bell’uomo francese, Rudi Garcia, che oltre a rivoluzionare la guida tecnica della squadra, che aveva da poco attraversato un momento altamente deludente in termini di risultati, faceva breccia nel cuore di una delle dipendenti della società, Francesca Brienza appunto. I due iniziavano a frequentarsi, non senza un certo conflitto di interessi, decidendo dopo qualche tempo di ufficializzare la loro relazione.

È intuibile come da questo momento in poi i commenti tecnici che la Brienza era chiamata a fare sul canale tematico dedicato alla squadra fossero sempre visti con un po’ di sospetto e da molti criticati per la poca obiettività.

Fino al crack, consumatosi nel 2016. Non quello tra Francesca Brienza e Rudi Garcia, bensì quello tra quest’ultimo e la A.s. Roma.

Gioco smarrito, tifosi scontenti, risultati pessimi e dichiarazioni infelici da parte del mister portavano la società a provvedere al suo esonero, sostituendolo con Luciano Spalletti, nonostante la stregua difesa messa in campo dalla fidanzata-dipendente, il cui cuore risultava evidentemente conteso tra due fuochi.

Non soltanto quando già si parlava di addio da parte del vecchio allenatore la Brienza si recava in una trasmissione di Italia 1 al fine di difendere il compagno, mettendo pubblicamente in discussione le scelte dei suoi datori di lavoro, ma successivamente, in seguito all’insediamento del nuovo mister, metteva un Mi Piace di troppo su un post che così recitava: “Ci vuole rispetto! Come l’uomo Francesco Totti ha avuto per la maglia, per la società e soprattutto per i tifosi! Spalletti buttati da Ponte Vecchio!”.

Non può sfuggire l’anomalia della situazione. Una donna che continuava a schierarsi in favore del proprio amore, continuando a contraddire le posizioni di chi le pagava, e tuttora le paga, lo stipendio.

Le scuse del lavoratore

La superiore condotta non poteva che avere delle ripercussioni sulla stessa Brienza, specie se si pensa che in una città come Roma vi sono una moltitudine di radio private, giornali e bar che ogni giorno, 24 ore su 24, non fanno altro che discutere di calcio, approfondire e analizzare sino allo sfinimento ogni piccolo dettaglio ed ogni episodio che abbia in qualche modo a che fare con la squadra, sia per ciò che concerne la S.S. Lazio che per quanto riguarda la A.s. Roma.

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Ecco allora che un siffatto comportamento non poteva di certo passare inosservato. Si è discusso di questo per giorni, anzi per settimane, ponendo in discussione la stessa autorità della dirigenza romanista, che, ad avviso dei commentatori più ostili, di certo non faceva una bella figura dimostrando di non avere il minimo controllo sui propri dipendenti, liberi di andare in video incuranti delle disposizioni societarie e ledendo la stessa immagine aziendale.

Di questo si era resa conto anche la stessa Brienza, la quale, dopo essersi avveduta delle conseguenze che le sue gesta avevano prodotto, specie con riferimento alla pubblica opinione, pubblicava un messaggio di scuse sempre utilizzando quale strumento il celeberrimo social network, dicendo “sono molto dispiaciuta per aver compiuto la leggerezza di mettere un like su una foto di un amico senza prima leggerne il post che lo accompagnava”.

Tutto si rivelava inutile però, il vaso era stato rotto e i cocci non potevano essere incollati.

Provvedimento di sospensione e demansionamento

Dinanzi a tale panorama non poteva che intervenire anche la società, con lo scopo di limitare i danni alla propria immagine cagionateli da una sua dipendente.

La decisione assunta fu quella di sospendere momentaneamente la Brienza dal suo ruolo di conduttrice tv del canale, che quotidianamente andava in onda per discutere e analizzare le varie news in casa Roma. In questo modo, pur non giungendo all’extrema ratio del licenziamento, la società riusciva ad evitare ulteriori imbarazzi, quantomeno sotto il profilo pubblico.

Del resto, va ricordato che, pur avendo il datore di lavoro la piena facoltà di assegnare un proprio dipendente a mansioni diverse, attività che rappresenterebbe un legittimo esercizio del potere gerarchico e direttivo che gli è riconosciuto, egli non potrebbe in ogni modo assegnare il proprio subordinato a mansioni inferiori e dequalificanti rispetto a quelle per le quali era stato assunto.

Ad imporre ciò è l’art. 2103 c.c., il quale, in seguito alle modifiche operate dal c.d. Jobs Act, ha previsto che il demansionamento del lavoratore è possibile soltanto ove sia previsto dai contratti collettivi nazionali, ovvero nel caso in cui successivamente ad una riorganizzazione aziendale il suo ruolo sia stato eleminato e l’assegnazione a mansioni inferiori costituisca l’unica alternativa ad un licenziamento per giustificato motivo oggettivo.

Laddove non ricorrano le superiori ipotesi, la citata norma chiarisce che il prestatore di lavoro deve essere adibito alle mansioni per le quali è stato assunto o a quelle corrispondenti alla categoria superiore che abbia successivamente acquisito, senza alcuna diminuzione della retribuzione.

Ciò detto, tornando al caso di Francesca Brienza, l’A.s. Roma esercitava il proprio legittimo potere di allontanarla dal video, assegnandola quindi ad un lavoro giornalistico dietro le quinte che non appare tuttavia deteriore rispetto alla conduzione del notiziario.

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Tra l’altro, seppur il comportamento della Brienza non appaia oggettivamente idoneo a produrre estreme conseguenze, poteva comunque giungersi anche alla misura ultima del licenziamento per giusta causa.

L’art. 2119 c.c. invero stabilisce che ciascuno dei contraenti può recedere dal contratto prima della scadenza del termine, se il contratto è a tempo determinato, o senza preavviso, se il contratto è a tempo indeterminato, qualora si verifichi una causa che non consenta la prosecuzione, anche provvisoria, del rapporto. Ne consegue che, ogniqualvolta il dipendente pone in essere un comportamento tale da incrinare per sempre quel rapporto fiduciario che è necessariamente alla base di un proficuo rapporto di lavoro, allora il datore potrà ravvisare una giusta causa per procedere al licenziamento; resta inteso, come è chiaro dalla lettera della norma, che anche il lavoratore potrà fare lo stesso.

È proprio vero: al cuor non si comanda.

Anche di fronte ad un evidente imbarazzo sul luogo di lavoro, si sceglie il proprio rapporto sentimentale; il proprio compagno di vita viene preferito alla c.d. pagnotta e alla professionalità che consentirà, non soltanto allo stato attuale, ma anche in futuro di collocarsi stabilmente e proficuamente nel mercato del lavoro.

La vicenda in commento, prescindendo per un secondo da valutazioni di ordine giuridico, suscita senza dubbio delle riflessioni in ordine al famoso dilemma inerente al bilanciamento tra il lavoro e la vita privata.

Può una professionista far sì che le proprie valutazioni siano offuscate da un sentimento, specie quando il suo lavoro gli richiede la capacità di un’analisi sempre obiettiva e puntuale?

La risposta è certamente no. Benchè comprensibile sotto il profilo umano, una simile condotta non è in nessun modo giustificabile, attesa la fiducia che il datore di lavoro ripone nel professionista stesso e soprattutto tenuto conto anche della retribuzione che a questo si riconosce proprio in virtù dei compiti che è chiamato a svolgere e che non possono essere disattesi, quanto meno se si vuole onorare il compenso percepito.

È vero, è difficile, ma non si può non tenere separati i propri sentimenti di donna dalle competenze della lavoratrice.

Qualcuno diceva che il termine professionalità è orribile proprio perché nasconde la natura umana; si tratta di uno schermo dietro al quale siamo costretti a nascondere le nostre emozioni e la vera natura del nostro intelletto, finendo con l’annientare noi stessi. Forse aveva ragione.

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