Demansionamento Dirigente: Risarcimento di 170mila euro

Nel 2015 la Corte di Cassazione ha stabilito definitivamente la legittimità del risarcimento del danno professionale per quei dirigenti della Rai dapprima posizionati in ruoli di vertice, in virtù del colore politico di appartenenza, e successivamente relegati in un cantuccio, senza tuttavia poter in alcun modo intaccare la retribuzione pattuita.

In particolare, per il dipendente Sandro Testi si determinava un importo risarcitorio pari a euro 170 mila, oltre interessi e rivalutazione monetaria.

Anche chi non è interno alla Radio Audizione Italiana, nota a tutti come Rai, intuisce facilmente quanto l’orientamento del management di questa azienda sia connesso all’esecutivo di volta in volta formatosi a seguito delle elezioni del paese.

Si tratta infatti di un’azienda pubblica, in cui inevitabilmente la politica entra dalla porta principale con al seguito lo stuolo di persone più o meno vicine ad una fazione o ad un’altra.

In questo modo, da sempre, si determina anche all’interno della Rai quello che è definito come il fenomeno dello spoilsystem, ossia il cambiamento della dirigenza al cambiare del governo italiano.

Ogni nuovo Presidente del Consiglio provvederà ad influenzare la formazione del consiglio di amministrazione e farà in modo che le posizioni apicali dell’azienda siano occupate da uomini di fiducia, o comunque appartenenti alla stessa forza politica, così da garantire “un’adeguato” servizio pubblico di informazione, che tenga conto e sottolinei quanto di buono viene quotidianamente fatto dall’esecutivo di turno.

Questo è quanto accade nella Rai sin dalla sua nascita.

Tale comportamento non poteva però non creare delle storture dal punto di vista lavorativo e dal punto di vista giuridico, poiché al momento in cui si deve far subentrare qualcuno è molto semplice, in un battito di ciglia, assegnare nuovi ruoli con tanto di contratto di lavoro a tempo indeterminato e retribuzione da nababbi; il problema si pone in seguito, ossia al momento in cui l’esecutivo cambia e il governo subentrato ha bisogno di sostituire i vecchi manager.

Che fine fanno coloro che erano stati precedentemente assunti? In quale ufficio sono relegate quelle persone che erano state tanto utili al partito precedentemente al potere?

La risposta è chiara: esse restano nell’azienda in ragione dei contratti precedentemente firmati, ma sostanzialmente non hanno più alcun ruolo significativo da svolgere. Pur essendo stati assunti ed essendosi previsto un lauto compenso per il ruolo dirigenziale, di fatto non si avranno più mansioni operative. Tanto è la Rai che continuerà a pagare lo stipendio a tutti.

Ma a volte questo non basta. Non è sufficiente continuare ad incassare un’abbondante retribuzione per non fare nulla. Alcuni dei manager venutisi a trovare in tale posizione hanno anche intentato una causa all’azienda al fine di veder riconosciuto il danno professionale cagionato dall’esser stati messi da parte, senza poter più svolgere alcuna mansione effettivamente dirigenziale.

Danno Professionale demansionamento Dirigente Rai

Nello specifico, il contenzioso incardinato da Sandro Testi aveva una durata di ben dieci anni.

In un primo momento egli era stato nominato codirettore di Rai International, poi, in un secondo momento, si era venuto a trovare senza alcuna mansione e alla fine era stato licenziato. L’azienda non aveva infatti trovato alcun ruolo che l’uomo avrebbe potuto svolgere e dopo una molto prolungata attività aveva posto fine al rapporto di lavoro.

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Ne nasceva un processo che avrebbe visto trionfare Sandro Testi, a cui veniva riconosciuto anche il danno professionale subìto per non aver svolto alcuna mansione e per aver visto compromessa la propria professionalità.

Privare un lavoratore dei compiti per i quali egli era stato assunto e che risultano dal suo contratto di lavoro individuale è invero un’attività illegittima in quanto contraria al disposto dell’art. 2103 c.c. Detta norma chiarisce che il c.d. demansionamento è legittimo soltanto nel caso in cui risulti l’unica alternativa possibile ad un licenziamento per giustificato motivo oggettivo a seguito di una riorganizzazione aziendale.

In particolare si dispone che il prestatore di lavoro deve essere adibito alle mansioni per le quali è stato assunto o a quelle corrispondenti alla categoria superiore che abbia successivamente acquisito ovvero a mansioni equivalenti alle ultime effettivamente svolte, senza alcuna diminuzione della retribuzione.

Nel caso di assegnazione a mansioni superiori il prestatore ha diritto al trattamento corrispondente all’attività svolta, e l’assegnazione stessa diviene definitiva, ove la medesima non abbia avuto luogo per sostituzione del lavoratore assente con diritto alla conservazione del posto, dopo un periodo fissato dai contratti collettivi, e comunque non superiore a tre mesi. Egli non può essere trasferito da un’unità produttiva ad un’altra se non per comprovate ragioni tecniche, organizzative e produttive.

Di conseguenza, ogniqualvolta si privi il lavoratore delle proprie mansioni o lo si adibisca a mansioni inferiori, in assenza dei presupposti sopra indicati, il demansionamento risulterà illegittimo e ci si potrà rivolgere ad un giudice per farne valere la contrarietà alla legge ed eventualmente chiedere che sia riconosciuto un risarcimento per il nocumento sofferto.

Spesso difatti può capitare che lo svolgimento di mansioni che richiedono un professionalità minore rispetto a quella vantata siano dequalificanti e possano compromettere il curriculum stesso del lavoratore. Per non parlare poi dell’eventualità che oltre al danno professionale si produca anche un danno biologico, in ragione dell’insorgenza di stati depressivi, di stress, di nervosismo o frustrazione che si possono ingenerare in queste ipotesi, così come in tutti i casi in cui ci si reca al lavoro insoddisfatti.

Tutto questo è stato accertato dal Tribunale di Roma, sezione lavoro, nel contenzioso incardinato da Sandro Testi, in capo al quale non è stato riconosciuto alcun danno biologico, ma soltanto un danno professionale.

Mansioni inferiori: la sentenza della Cassazione

Ancorchè la Rai nel corso del processo che la vedeva quale parte resistente abbia tentato di dimostrare come il Testi si fosse messo in servizio surrettiziamente, al solo scopo di chiedere ulteriori risarcimenti, i giudici, sia quelli dei due gradi di merito che quelli della Corte di Cassazione, rilevavano come l’azienda avesse dapprima attribuito determinate qualifiche e mansioni al lavoratore e poi gli avesse sottratto i suoi compiti lasciandolo nella completa inattività.

Ciò aveva determinato inevitabilmente un danno alla sua professionalità, che non poteva che essere risarcito sulla base dell’importo dello stipendio. Il pregiudizio veniva dunque calcolato nella misura del 30% della retribuzione, che era pari a circa 11 mila euro mensili, per tutti i mesi in cui il ricorrente era risultato privo di mansioni.

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Si calcolava così un risarcimento di circa 170 mila euro.

La vicenda in oggetto fornisce l’esatta misura di quale sia la situazione delle aziende pubbliche o a partecipazione pubblica e di quanto lontane esse siano dai criteri di efficienza, efficacia ed economicità della gestione dell’impresa e dell’organizzazione aziendale.

In qualunque realtà economicamente organizzata, nessuno potrebbe permettersi di pagare la retribuzione ad un dipendente che durante il giorno non ha alcun compito da svolgere, senza un obiettivo da raggiungere o un’attività da produrre; per di più lasciando che tale comportamento sia anche fonte dell’obbligo di pagare un ulteriore risarcimento. È intuitivo quanto questo sia lontano dal vecchio e facile sistema secondo cui è necessario per essere in attivo o in pari almeno coprire i costi tramite i ricavi.

Eppure tutto ciò non conta all’interno di un’azienda pubblica, che evidentemente secondo l’illuminato management ben si può permettere delle voci di spesa assolutamente inutili e gravose.

Nel pubblico nessuno ha a cuore i destini dell’azienda, nessuno si preoccupa di quale sia il core business della stessa e di quale debba essere il business plan da attuare; il solo problema è costituito dall’occupazione delle poltrone, l’unico dato per cui si entra in fermento e tutti sono occupati a tessere ragnatele e a cercare consensi.

E così, pian piano, i bilanci diventano sempre più rossi, il prodotto venduto e i servizi resi sempre più scarsi e alla fine le sanguisughe avranno esaurito tutto ciò che c’era da prendere, lasciando soltanto la carcassa di un’azienda che avrebbe potuto essere florida. A quel punto si passa ad altri polli da spennare.

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